Riccardo Rossi, l’autore
Una macchina fotografica, una strada, poi le parole
Sono Riccardo Rossi, nato a Ferrara nel 1966.Fotografo da quando ero ragazzo e viaggio da quando ho capito che stare troppo fermo non faceva per me.Ho fotografato persone, concerti, città, corpi, paesaggi e soprattutto quella parte dell'umanità che diventa interessante quando smette di preoccuparsi dell'immagine che sta offrendo agli altri. Prima delle parole, le immaginiLa fotografia continua a essere una parte importante del mio lavoro. Se vuoi vedere anche quel lato, il sito porta quasi lo stesso nome di questo: al posto di “scrittore” trovi “photography”.
In alternativa, basta cercare Riccardo Rossi fotografo.Non ho mai avuto una particolare attrazione per la perfezione. Mi interessano di più una ruga di troppo, un'espressione arrivata mezzo secondo prima della posa, una strada sbagliata, un muro rovinato, una persona che per un attimo dimentica di essere osservata.Anche nei viaggi ho quasi sempre cercato i luoghi meno levigati. Città periferiche, quartieri con una cattiva reputazione, porti, strade fuori dai percorsi più rassicuranti. Non per il gusto di andare dove non si dovrebbe andare, ma perché è spesso lontano dalle cartoline che un luogo comincia a mostrarsi per quello che è davvero.Mi interessa la vita quando non è stata preparata per essere vista: chi lavora, chi aspetta, chi discute, chi si arrangia, chi attraversa una giornata qualsiasi senza sapere di essere, per qualcuno, molto più interessante di un monumento.I centri storici restaurati, le piazze perfette e i panorami celebri raccontano qualcosa. Ma raramente raccontano tutto.Probabilmente è anche per questo che ho cominciato a scrivere.Nei romanzi continuo a cercare le stesse cose, soltanto con uno strumento diverso. Persone, incontri, amicizie, errori, tempo, memoria. E soprattutto quello che resta dopo che qualcosa sembra essere finito.Il viaggio ritorna spesso nelle mie storie, ma non mi interessa particolarmente come collezione di destinazioni. Mi interessa ciò che succede mentre ci si sposta: quello che cambia tra due o più persone, le deviazioni, gli imprevisti, le cose che non avevamo programmato e che, alla fine, sono spesso le sole che ricordiamo.L'Atlantico Immenso di Fronte nasce da un viaggio realmente compiuto nel 1990, quando partire significava poter sparire per settimane senza che qualcuno sapesse esattamente dove fossi. È diventato il primo romanzo perché, dopo tanti anni, quella strada continuava evidentemente a non considerarsi conclusa.Gli altri libri hanno seguito percorsi differenti. Alcuni mescolano fatti, persone e ricordi reali con ciò che avrebbero potuto diventare. Altri sono completamente inventati. In Non fate finta di essere già tornati, invece, tornano persone e frammenti di vita realmente esistiti, insieme alla memoria di un amico che non c'è più.Non cerco di ricostruire il passato come fosse un verbale. Mi interessa quello che il passato continua a fare nel presente.Forse fotografia e scrittura servono entrambe a questo: impedire a certe cose di passare senza lasciare traccia.
Percorsi di vita
Prima dei romanzi ci sono stati studi che, almeno all'inizio, con la letteratura avevano poco a che fare: scuole superiori tecniche, numeri, formule, elettronica. Poi è arrivata anche l'università, con storia antica e storia orientale, anche se in quel periodo devo ammettere che il tempo trascorso alle feste notturne fu probabilmente superiore a quello passato nelle aule.
Sono seguiti lavori in cui servivano ancora più numeri che parole e molti anni in cui scrivere sembrava destinato a rimanere un'abitudine privata, spesso notturna. In mezzo, però, è rimasta sempre la necessità di prendere appunti, riempire quaderni, conservare frasi, episodi e persone che sembravano meritare qualcosa di più della memoria.
I viaggi sono arrivati in periodi diversi e senza un vero programma: fughe europee, India, lunghi spostamenti oltreoceano, settimane o mesi passati in piccole città di mare e in luoghi che difficilmente sarebbero finiti sulla copertina di una guida turistica.
Con il tempo ho capito che, più delle destinazioni, mi restavano addosso i luoghi di passaggio: stazioni, porti, ostelli, bar aperti troppo presto o troppo tardi, case condivise con persone conosciute poche ore prima e capaci, per qualche giorno, di diventare quasi famiglia.
Molte delle cose che oggi finiscono nei romanzi vengono da lì. Da conversazioni ascoltate per caso, da strade percorse una volta sola, da amicizie durate una notte o molti anni, da episodi realmente accaduti che il tempo ha inevitabilmente spostato, deformato o reso più nitidi.
La memoria non è un archivio particolarmente affidabile. Ma, per uno scrittore, forse è proprio questo il suo pregio.
Quasi sempre tutto comincia da qualcosa di piccolo: una frase appuntata in fretta, una voce sentita in un bar, un dettaglio visto da un finestrino, una domanda rimasta senza risposta. Sono frammenti che finiscono nei quaderni, viaggiano nello zaino e spesso restano lì per anni. Poi, a un certo punto, tornano fuori e chiedono spazio.
La trilogia iniziata con L’Atlantico immenso di fronte nasce in buona parte così. Da due amici, una vecchia Renault 4, un diario di viaggio sempre a portata di mano e un’idea abbastanza irragionevole da sembrare necessaria: arrivare davanti all’Atlantico in tempo per ascoltare una canzone al tramonto, seduti vicino a un faro.
Non era il posto. Eravamo noi. nasce da un altro viaggio, ancora più improbabile: quattro ragazzi e cinque ragazze attraverso Francia e Spagna su due vecchi Volkswagen, un T1 del 1966 e un T2 dei primi anni Settanta. Un viaggio costruito quasi senza progetto, in cui gli spostamenti, le soste, gli incontri e soprattutto le persone finiscono per contare molto più delle destinazioni.
Anni dopo, in Le cose che non avevamo capito, alcuni di quei ricordi tornano a galla. Non più per essere semplicemente raccontati, ma per essere guardati da un’altra età, con occhi diversi e con tutte le cose che nel frattempo il tempo ha aggiunto, tolto o deformato.
Qualcosa di simile accade in Altre strade con Non fate finta di essere già tornati, il romanzo in due volumi che comincia senza un viaggio previsto e finisce invece per trovarne uno quasi suo malgrado. Anche qui il movimento non è soltanto geografico: è fatto di ritorni, assenze, persone realmente esistite, luoghi veri che talvolta cambiano nome e ricordi che non coincidono mai del tutto con ciò che è accaduto.
È probabilmente da questo materiale incerto che nascono quasi tutti i miei romanzi: ciò che è successo davvero, ciò che avrebbe potuto succedere e ciò che, molti anni dopo, continuiamo ostinatamente a ricordare.
Scegliere di pubblicare con una piccola sigla indipendente, Sin Rumbo Anómalo Edizioni,
significa occuparsi direttamente di quasi tutto: testo, correzioni, impaginazione, copertine, formato, carta, pubblicazione e distribuzione.
significa occuparsi direttamente di quasi tutto: testo, correzioni, impaginazione, copertine, formato, carta, pubblicazione e distribuzione.È un modo di lavorare che concede molta libertà, ma non regala scorciatoie. Posso decidere tempi, forma e contenuto dei libri senza doverli adattare alle esigenze di una casa editrice, ma devo anche assumermi la responsabilità di ogni scelta e accettare la parte meno romantica del lavoro: controlli, revisioni, prove di stampa, errori scoperti quando sembrava ormai tutto finito e la necessità di riuscire a farsi trovare in mezzo a migliaia di altri titoli.
Amazon, in questo senso, è soprattutto uno strumento. Permette a una piccola realtà indipendente di stampare e distribuire libri senza magazzini, tirature anticipate o investimenti fuori misura. Ma pubblicare un libro e riuscire a farlo arrivare ai lettori restano due cose molto diverse.
Nella pagina dedicata a Sin Rumbo Anómalo Edizioni racconto più nel dettaglio perché ho scelto questa strada, cosa funziona, cosa funziona meno e quali libertà, difficoltà e compromessi comporta oggi fare autoeditoria.
Le favole sono arrivate dopo i romanzi, quasi in punta di piedi. Nascono per un momento preciso della giornata: quando la casa rallenta, il telefono può finalmente essere lasciato da qualche parte e rimangono una voce che racconta e qualcuno che ascolta.
Dieci favole per spegnere il telefono è il primo volume di un progetto pensato per bambini dai tre ai sette anni e per gli adulti che leggono insieme a loro. Ogni favola dura tre sere. Non perché una storia debba necessariamente essere lunga, ma perché mi piaceva l'idea che non tutto dovesse cominciare e finire subito. Che si potesse chiudere il libro, aspettare un giorno e ritrovare la sera successiva gli stessi personaggi esattamente dove li avevamo lasciati.
Ci sono Nino, un riccio che deve imparare a convivere con le proprie spine senza considerarle una colpa, e Bianca, una giovane balena che cerca di tenere in ordine un mare che gli uomini continuano a riempire di cose che non gli appartengono. Poi arrivano una volpe convinta che tocchi sempre a lei per prima, un gufo che ha paura del buio, una strega molto prudente nell'usare la magia, un principe che non vuole comandare, una fata che conosce il peso delle parole, un bosco che chiede rispetto, un trenino capace di aspettare e una piccola luna che scopre che avere paura non significa essere meno coraggiosi.
Dentro queste storie ci sono rispetto, libertà, uguaglianza, cura della natura, amicizia, paura, responsabilità, prepotenza e il modo in cui si può imparare a stare con gli altri senza dover diventare tutti uguali. Ho cercato però di lasciare questi temi dentro le storie, invece di metterli davanti con il dito alzato. Una favola deve prima di tutto avere personaggi da seguire, qualcosa che succede e possibilmente anche qualche motivo per ridere.
Ogni sera termina con due domande da farsi insieme sotto la coperta. Alla fine della terza c'è anche un disegno da colorare. Non sono esercizi né verifiche di comprensione: sono semplicemente altri modi per restare ancora un po' dentro alla storia.
In fondo queste favole parlano di molte delle stesse cose che ritornano nei romanzi. Cambiano l'età dei lettori, il passo e le parole. Non cambia molto, invece, la curiosità per le persone, per le loro paure, per gli errori che fanno e per quello che succede quando provano a rimediare.
Oggi e domani
I romanzi pubblicati finora sono un pezzo di strada, non il punto di arrivo. Accanto a loro ci sono storie in lavorazione, personaggi che bussano da tempo e chiedono di entrare, favole che aspettano soltanto il momento giusto per essere scritte.
Oggi il lavoro si divide tra nuove pagine legate ai viaggi già raccontati e rotte completamente diverse, che forse porteranno altrove. Ci sono altri romanzi, nuove favole, appunti sparsi, idee che resistono per anni e altre che durano il tempo di una pagina prima di chiedere di essere abbandonate.
Non tutto diventerà un libro, e probabilmente è giusto così.
Nella pagina Nuove rotte racconto a che punto sono questi progetti, cosa sta prendendo forma e quali idee, per ora, restano soltanto un appunto a matita in fondo a un taccuino.