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Trilogia del viaggio - Riccardo Rossi Scrittore – Storie di viaggio, amicizia e memoria

Storie di viaggio, amicizia e memoria.
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Storie diverse. La stessa necessità di partire.
La chiamo Trilogia del viaggio, ma il viaggio è quasi un pretesto.
Ci sono strade, frontiere, città, oceani, vecchie automobili e pulmini carichi di persone. Ci sono partenze vere, deviazioni, giorni realmente vissuti e altri che appartengono soltanto al romanzo. Ma ciò che mi interessa davvero accade quasi sempre altrove: nei rapporti che cambiano mentre ci si sposta, nelle amicizie che resistono o si perdono, nelle persone conosciute per poche ore e ricordate per anni.
Il primo romanzo nasce da una Renault 4 realmente partita nel 1990 verso l’Atlantico. Il secondo prende le mosse da persone, luoghi e frammenti di vita realmente esistiti, poi lascia che la finzione trovi la propria strada. Il terzo torna su quel tempo venticinque anni dopo, quando partire significa anche chiedersi che cosa sia rimasto di chi eravamo.
Sono tre storie diverse e non chiedono di essere lette come un’unica avventura.

Le tiene insieme qualcosa di meno visibile di una strada sulla carta geografica: quello che portiamo con noi senza accorgercene, quello che lasciamo agli altri e quello che, quando torniamo, scopriamo di aver riportato a casa.

Forse è questo il vero viaggio della trilogia.

Non soltanto andare da qualche parte.

Ma capire cosa ci è rimasto dentro dopo esserci passati.

Tre romanzi, tre partenze diverse, un’unica domanda: che cosa ci riportiamo davvero a casa quando il viaggio è finito?

GIA' DISPONIBILE, SOTTO I LINK
L’Atlantico immenso di fronte
L'Atlantico Immenso di Fronte
Un viaggio vero. Due amici. Una Renault 4. E tutto quello che è rimasto dopo.
Estate 1990. Una meta esiste, ma i programmi durano poco.
Il viaggio nasce da un’idea abbastanza assurda da sembrare indispensabile: arrivare a Capo Finisterre, sedersi accanto al faro e ascoltare una canzone guardando il sole tramontare sull’Atlantico.
Da lì, però, la strada prende il comando. Chilometro dopo chilometro, quello che doveva essere un viaggio verso un punto preciso sulla mappa diventa una successione di deviazioni, incontri, errori, stanchezza, musica, guasti, libertà e giorni che allora sembravano semplicemente giorni e che, molti anni dopo, hanno continuato a chiedere di essere raccontati.
Tutto il viaggio è documentato nel diario di bordo scritto durante quei giorni, conservato negli anni e diventato una delle basi del romanzo. È anche il filo che oggi collega il libro al racconto originale del viaggio, ancora presente nel blog.
La storia nasce quindi da fatti realmente accaduti. I nomi sono stati cambiati; luoghi, episodi e molte delle persone appartengono invece a ciò che è successo davvero, filtrato inevitabilmente dalla memoria e dal tempo.
Più che il racconto di una destinazione, è la storia di un’amicizia e di quell’età in cui il mondo sembra ancora abbastanza grande da potercisi perdere dentro senza preoccuparsi troppo della strada per tornare.
Certi viaggi non sono un posto sulla mappa. Sono un modo di guardare il mondo.

   


Dietro il viaggio
Al centro del romanzo ci sono certamente l’Atlantico, la Renault 4 e una strada percorsa davvero. Ma soprattutto ci sono due amici in un’età in cui partire poteva ancora significare scomparire per settimane, affidarsi a una carta stradale, sbagliare direzione e considerare l’imprevisto parte del programma.
Ci sono la musica, gli incontri, la stanchezza, le persone conosciute lungo il percorso e quella libertà un po’ incosciente che, mentre la vivi, non pensi certo di dover ricordare.

Solo molti anni dopo capisci che proprio quelle giornate apparentemente normali sono diventate una parte di ciò che sei.
IN USCITA IL 15 NOVEMBRE
Strada cittadina di notte con due figure che camminano affiancate
Non era il posto. Eravamo noi.

Una memoria vera che, a un certo punto, decide di diventare romanzo.
Tutto comincia da giorni realmente vissuti, dall’Arezzo Wave, dalla musica, dalle persone incontrate e da una partenza che avrebbe potuto esserci.
Poi arriva una telefonata.
Da quel momento realtà e immaginazione smettono di camminare su due strade separate e cominciano a intrecciarsi.
I personaggi sono reali. Anche molti luoghi, incontri e frammenti di vita appartengono a ciò che è accaduto davvero. Il viaggio, invece, prende a un certo punto una direzione che la realtà non ha seguito.
Nove persone, due vecchi Volkswagen e una meta appena accennata attraversano l’Europa mentre amicizie, rapporti, desideri e tensioni cambiano insieme al paesaggio.
Non è la ricostruzione fedele di ciò che è successo. È un romanzo nato da persone vere e da una possibilità che, nella realtà, non si è compiuta.
Se si cerca una cronaca esatta, probabilmente è il libro sbagliato. Se si cerca qualcosa che assomiglia alla libertà, forse no.
IN USCITA DICEMBRE 26
Le cose che non avevamo capito
Vecchie lettere e un orologio appoggiati su un tavolo di legno
Le cose che non avevamo capito

Venticinque anni dopo, la distanza più difficile da attraversare non è quella sulla strada.
Gli stessi personaggi si ritrovano molto tempo dopo.
Le vite sono cambiate, alcune promesse sono sopravvissute, altre no. Questa volta il viaggio è molto più breve, ma ciò che portano con loro pesa molto di più.
È il romanzo più apertamente inventato della trilogia, anche se continua ad appoggiarsi a luoghi, persone e frammenti di realtà. Una parte importante della storia si svolge in un piccolo paese dell’Appennino modenese, tra amici che esistono davvero, strade che conosco bene e un locale in cui torno spesso anche fuori dalle pagine.
È proprio da questo intreccio tra realtà e invenzione che nasce la domanda centrale del romanzo: cosa sarebbe diventato quel gruppo se il tempo avesse davvero continuato a lavorare su ognuno di loro?
Alcune cose si capiscono subito.

Altre hanno bisogno di venticinque anni.
Quello che resta
Chiude la trilogia tornando anche sui primi due romanzi e cambiandone, in parte, la prospettiva. Alcuni gesti, frasi e silenzi assumono un significato diverso quando li si guarda da lontano, con venticinque anni in più sulle spalle.
Non è soltanto un “che fine hanno fatto”. È piuttosto una domanda su ciò che resiste davvero nel tempo: delle amicizie, dei viaggi condivisi, delle promesse fatte quando nessuno poteva immaginare quanto sarebbero cambiate le persone, i luoghi e il mondo intorno a loro.

A volte non serve ricordare meglio. Serve ricordare da più lontano.
L’ordine consigliato resta quello di pubblicazione: L’Atlantico Immenso di Fronte, Non era il posto. Eravamo noi, Le cose che non avevamo capito – Venticinque anni dopo. Non era il posto. Eravamo noi.
I tre romanzi sono collegati, ma non costruiti per obbligare il lettore a leggerli tutti.
L’Atlantico Immenso di Fronte racconta una storia autonoma, nata da un viaggio realmente compiuto nel 1990. Nel secondo romanzo alcuni episodi e ricordi di quel viaggio ritornano, mentre nel terzo compare direttamente Asse, il compagno di viaggio dell’Atlantico, che incontra il gruppo del 2001 e lo invita a cena.
Sono legami voluti, perché quelle storie appartengono allo stesso universo di persone, ricordi e strade, non perché sia necessario conoscere ogni pagina precedente per capire ciò che accade.
Si può quindi iniziare anche da Non era il posto. Eravamo noi e proseguire con Le cose che non avevamo capito senza perdere il filo della storia. Aver letto prima L’Atlantico Immenso di Fronte aggiunge però qualche riconoscimento, qualche memoria condivisa e un significato in più quando certe persone tornano a incontrarsi.

    

Non serve aver percorso tutte le strade precedenti per capire dove siamo. Ma, se le conosciamo, alcuni incroci hanno un sapore diverso.

I romanzi della trilogia (e non solo) sono pubblicati da Sin Rumbo Anómalo Edizioni e distribuiti tramite Amazon e presto anche su altre piattaforme on line e in alcune librerie (avendo il codice proprietario sono a catalogo e se non disponibili direttamente in negozio possono essere ordinate). Acquistarli significa sostenere un progetto indipendente: non troverai grandi campagne promozionali, ma libri che viaggiano di mano in mano, di lettore in lettore. Se frequenti fiere del libro probabilmente capiterà l'occasione di conoscersi di persona. Se preferisci le copie cartacee, le edizioni sono pensate per essere lette, sottolineate, portate in zaino o infilate in una borsa da viaggio.

L’Atlantico immenso di fronte

L’Atlantico immenso di fronte

E allora tutto si mette in fila: le strade sbagliate, i campeggi pieni, i documenti persi, le notti nude, le ragazze incontrate e mai più riviste, il radiatore che bolliva, le more mangiate come ladri, le scommesse idiote, le coincidenze impossibili. Tutto smette di fare rumore.
Diventa chiaro. Non spiegabile. Ma chiaro.
Il sole scende lento. L'oceano cambia colore. Il vento ci brucia gli occhi. Non parliamo. Non ridiamo. Siamo lì. E basta.

       

E in quel silenzio pieno rotto solo dalla canzone capisco una cosa semplice e definitiva: non importa quanto vai lontano, non importa se torni diverso o uguale. L'importante è aver risposto quando la strada ti ha chiamato.
Non era il posto. Eravamo noi

Non era il posto. Eravamo noi

Ray si sistema un attimo, quasi gli piacesse quel ruolo, e parte.
Racconta che non è solo un caffè corretto, ma qualcosa di più: una bevanda nata in montagna, fatta con caffè, zucchero, genepì, grappa e aromi. Spiega che si beve dalla stessa coppa, passandola di mano in mano.
E mentre parla, il contadino capisce che non è tanto quello che c’è dentro… ma quello che succede mentre gira.
Un gesto.
Un gesto di fiducia. Di appartenenza. Di condivisione.
— «Serve a togliere le distanze,» dice Ray, «a mettere tutti sullo stesso livello. Dopo una grolla… non sei più uno di passaggio.»
Annuisce piano.
Ieri sera non ci conoscevamo. Oggi stiamo lasciando qualcosa qui.
Fa un certo effetto.
Il contadino ascolta in silenzio.
Non interrompe mai. Tiene gli occhi su Ray, ma sembra che stia guardando un po’ più lontano.
Poi annuisce.

                       

— «Allora… da ieri sera siamo tutti amici. E io non lo sapevo neanche. Merci… davvero.»
Le cose che non avevamo capito

Le cose che non avevamo capito
Ci sedemmo allo stesso tavolo di anni prima, come se bastasse ripetere la scena per riscriverla. I bicchieri erano uguali, le sedie no. Anche noi, a guardarci bene, non coincidevamo più con i ricordi che avevamo dell’altro. Eppure eravamo lì, a chiederci se fosse ancora possibile chiamarci amici.

Riccardo Rossi Scrittore – Storie di viaggio, amicizia e memoria

Fotografia | Riccardo Rossi Photography
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